25 Maggio 2019 - 3:20 pm


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Adieu Massimo. E’ morto Massimo Bordin, già direttore di Radio Radicale, imperdibile Stampa e Regime. In speciale giustizia ci ha trasmesso la passione per i grandi processi. Venne premiato a Cividale del Friuli a Lex Fest, il resoconto di LEOPOST del 19 marzo 2017

Era malato da tempo, viene ricordato a radio radicale, e aveva chiesto di poter vivere e lottare contro questa malattia nel massimo riserbo, e noi abbiamo rispettato la sua scelta. Ma non ce l’ha fatta, poco fa siamo stati raggiunti dalla notizia. Ricorderemo il nostro Massimo e lo onoriamo con quel Requiem che tante volte ha preceduto la sua unica e splendida rassegna stampa”. Poi la trasmissione del Requiem di Mozart al posto del normale palinsesto.

Lo ricorda Marco Taradash: “È morto come è vissuto. Con generosità e libertà. Risparmiando agli amici e a chi lo amava il dolore del suo dolore. Massimo Bordin è stato un punto di riferimento necessario nei giorni e nelle notti di RRadicale e della storia politica italiana. Lo resterà ogni giorno che viene”.

Il 19 marzo 2017 LEOPOST dedicava la pagina al premio LEX FEST che si era svolto a Cividale il 12 marzo. Gli organizzatori pensarono bene di premiare il conduttore radiofonico Massimo Bordin. Ringraziò e riservò una sintesi straordinaria sulla giustizia in Italia:

“Domenica scorsa, 12 marzo, si è svolta la terza giornata di lavori di Lex Fest a Cividale del Friuli, la manifestazione dedicata alla giustizia, agli operatori del diritto e dell’informazione.  

In mattinata era intervenuto il presidente della corte d’appello di Trieste, Oliviero Drigani sul tema del procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati: “Ancorché la stampa ci dipinga come casta di impuniti, noi certamente non lo siamo. Io sono felice di misurarmi nelle sezioni disciplinari da sempre più con gli avvocati, che hanno la cultura della garanzia (non del garantismo…), che non con i nostri colleghi”. 

Il premio Lex Fest è stato consegnato a Massimo Bordin da Antonio Leone, presidente della sezione disciplinare del consiglio superiore della magistratura.

“Sono confuso dalla motivazione, fin troppo generosa nei miei confronti – esordisce il cronista – , mostra che in questo paese c’è qualcosa che non va; tuttavia è un bel complimento anche per la radio dove lavoro”.

Bordin aggiunge: “La situazione in Italia fra giustizia e informazione, è piuttosto particolare e lo verifichiamo ogni giorno, ormai vi è una sorta di unificazione di due qualifiche di giornalisti che prima erano nettamente distinte: il cronista di cronaca nera e il cronista di cronaca giudiziaria. Quello di nera batteva le questure, gli ospedali e parlava dei fatti di cronaca, ne dava conto; poi si arrivava al processo e qui interveniva un’altra figura, quella del cronista di giudiziaria che riportava il resoconto di quello che si diceva in aula e lo faceva con con grande partecipazione.

Una volta – racconta Bordin – l’interesse per i processi era altissimo. Ricordo una foto scattata a Roma alla fine degli anni ’50, si vede una folla immensa che voleva assistere al processo Fenaroli (omicidio di Maria Martirano, moglie di un industriale, avvenuto nel ’58 a Roma NdR), un storia che aveva attirato l’interesse dell’opinione pubblica. Oggi – prosegue Bordin –  le cose sono cambiate perché i ruoli del cronista di cronaca nera e quello di giudiziaria sono di fatto fusi e il processo, inteso come dibattimento, è diventato sempre più irrilevante.

Nell’800, per rendere l’idea, lo svolgimento del processo era quasi un’occasione mondana. Come si è giunti a questa evoluzione? Ormai – osserva il già direttore di radio Radicale – tutto si gioca nelle prime parti, questa funzione deriva anche dall’introduzione di una legge che ha cambiato il rapporto fra polizia giudiziaria e pubblico ministero. E’ stata una riforma di grande importanza, salutata da tutti come una grande conquista perché metteva fine all’interrogatorio di polizia e cioè a quella condizione in cui il presunto reo subiva l’interrogatorio senza un avvocato e addirittura senza un magistrato; tutto era nelle mani della polizia giudiziaria. Non c’erano nemmeno le garanzie più elementari di un paese civile. Quella è stata una riforma di grande importanza che ha condizionato però il ruolo del giornalista di cronaca giudiziaria.

Oggi è il Pubblico ministero il dominus dell’istruttoria, fino al momento in cui presenta le sue carte al Gip. Quindi cambia tutto anche per il cronista, giacché il Pubblico Ministero diventa figura importante anche nell’indagine giudiziaria.

Per concludere – afferma Bordin – quando si parla di giustizia, non ci deve essere uno scontro fra buoni e cattivi e nemmeno essere equidistanti, ma il ruolo della stampa dev’essere equidistante nel momento in cui si sviluppa un aspetto che è particolarmente delicato, l’aspetto della potenza dello stato, che si fa giudice; da quel punto di vista la garanzia del cittadini deve esserci sempre.

La democrazia è il processo. Per capire se un paese è sottoposto a un regime totalitario o autoritario è di sapere se al processo c’è l’avvocato difensore e se in aula c’è il pubblico; questi sono criteri assolutamente elementari ma fondamentali.”

A Massimo piaceva molto il francese. Adieu.

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