13 Dicembre 2019 - 10:41 pm


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Penelope, morire a 7 anni. “Amore e rabbia si muovono all’unisono”. Anna Dazzan su Udine Today.

Da Udine Today: Il funerale di Penelope Cossaro

“Forse a tutti noi è toccato in sorte di dire addio a una persona cara. E tutti noi sappiamo che semplice non lo è mai, benché i riti aiutino. Le celebrazioni sono fatte anche per scandire un percorso che accompagni la comprensione e l’emozione umana attraverso l’ineluttabile. Ci sono occasioni, però, in cui questo percorso si fa fatica ad affrontarlo, occasioni in cui nemmeno il rito basta per alleviare il dolore e quell’inscalfibile senso di ingiustizia.

Al funerale della piccola Penelope Cossaro, 7 anni, morta schiacciata da un’acquasantiera, oggi hanno voluto essere presenti in tanti: il Duomo di Udine era stracolmo.

La morte di un bambino è sempre tremendamente dolorosa, anche per chi non aveva un rapporto diretto con i genitori e la famiglia. Il perché sta probabilmente nel fatto che costringe ognuno di noi a scontrarsi con i propri limiti. L’essere umano è abituato a razionalizzare ogni situzione, persino la morte. La morte in quanto parte della vita, unica conclusione possibile di un’esistenza. Ma quando l’esistenza è quella di chi ha vissuto poco più di 7 anni la ragione fatica ad emergere e fa a pugni con i sentimenti, amore e rabbia che si muovono all’unisono.

Le morti ci costringono a fermarci e a cercarne un senso. A noi che restiamo, che ci asciughiamo lacrime che continuano a bagnarci volti tumefatti. Di fronte a una morte come quella di Penelope chiunque fatica, però, a capire. Ecco perché Udine si è fatta partecipe di questo lutto che, come ogni perdita, ha un carattere di estrema intimità ma che, per il modo in cui è capitata, ha assunto una dimensione pubblica dalla quale non è potuto rimanere fuori nessuno di noi. Nemmeno quelli che non erano fisicamente presenti in Duomo a Udine nel pomeriggio di oggi.

Le circostanze inammissibili che hanno portato alla morte di Penelope ci hanno costretti a riflettere sulla non scontatezza del nostro e dell’altrui quotidiano. Penelope non stava giocando con il dono della vita, lei stava vivendo. E la comunità udinese, conosciuta e meno, intima e pubblica, che si è stretta intorno ai suoi genitori è la testimonianza più grande di quanto di fronte alla morte diventiamo tutti così vulnerabili da desiderare un senso di comunità che giorno dopo giorno stiamo perdendo.

Forse non è questo il senso di una perdita che rimarrà sempre avvolta dall’inesplicabile. O forse sì. Quel che sembra, è che il suo innocente e spontaneo dar per scontato la vita così tragicamente interrotto, è il potente messaggio di Penelope. Una bambina che smette di essere tale per farsi persona, maestra, esempio perenne della nostra meravigliosa fragilità di esseri umani che, senza ipocrisia alcuna e finalmente senza le sovrastrutture a cui il quotidiano ci obbliga, siamo costretti a guardare ed accettare”.

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